Resilienza, resistenza o presenza? Commento a ‘Per una psicoterapia d’ispirazione sociale’ di Luigi D’Elia
Enrico Vincenti*
Introduzione D’Elia in questo articolo fa una proposta relativa alla necessità di una rivisitazione e una più precisa definizione di una psicoterapia sociale che trovo interessante, così come l’invito agli psicoterapeuti di posizionarsi rispetto all’attualità del momento storico e delle trasformazioni in atto. Attualità e trasformazioni che incidono sulle manifestazioni del disagio e della sofferenza umana. Mi trovo d’accordo sull’analisi sociale e le manifestazioni del disagio, che necessita di una attenta riflessione da parte degli operatori della salute, ma mi domando se la proposta e prospettiva terapeutica può essere solo quella posta dall’autore. Seguo con estremo interesse le sue argomentazioni, lo sforzo di andare oltre lo sguardo del singolo soggetto e di collocarlo nel contesto fami-liare, sociale e culturale di cui fa ed è parte; uno sguardo ‘etico-sociale’ soste-nuto da una attenta e operativa ‘coscienza politica’. Ne sono convinto, non è possibile operare nel nostro specifico campo di psicoterapeuti senza la consa-pevolezza di essere parte di quel campo o, meglio, che quel campo ci appar-tiene in quanto ‘noi siamo quel campo’. Apprezzo l’analisi storico-politica e sociologica, ma penso alle inevitabili ricadute operative e alla visione dell’uomo che si deduce dalla sua proposta. Forse perché D’Elia ed io utilizziamo criteri diversi per la lettura delle dimen-sioni individuate. Se D’Elia propone di passare dalla clinica della resilienza alla clinica della resistenza, io propongo di andare oltre la contrapposizione Resilienza/Resistenza per accedere ad una clinica della Accoglienza o, meglio, della Presenza. In sintesi (riprenderò successivamente la trattazione del tema), l’alternativa non penso essere tra resilienza e resistenza, poiché ritengo i concetti situar-si sul medesimo livello, in quanto polarità contrapposte e paradossalmente reciprocamente incidenti nella loro interazione. La resilienza, nell’intenzione dell’autore, da me supposta, sarebbe opera di adattamento al reale, accondiscendenza, un esser supini e agire secondo quanto la cultura imporrebbe. Mentre resistenza potrebbe operare per difen-dere la dignità, la libertà e la verità del soggetto contemporaneo. Nel mio schema di riferimento, invece, in entrambi i casi, l’ipotetico tera-peuta correrebbe il rischio di operare involontariamente per l’assoggettamen-to del paziente, poiché si darebbe per scontato che il proprio benessere dipen-de da qualcosa o da qualcun’altro, delegando di fatto ad un elemento esterno il tema della propria libertà. Ipotizzo che l’alternativa non possa consistere in nessuna delle due posi-zioni, ma nella consapevolezza che apparteniamo a questo mondo, noi e il nostro paziente, per cui esserne consapevoli, riconoscere ed assumersi tale mondo potrebbe rappresentare una possibilità, con le inevitabili conseguenze per ciascuno. Non necessariamente devo combatterlo né di contro adeguarmi, potrei solo prenderne atto e, di conseguenza, avere la libertà di decidere e muovermi a partire da ciò che mi appartiene. Una visione con inevitabili con-seguenze sul vivere la propria vita, la propria professione, il proprio stare ed essere nel mondo. Una visione che apre ad una rilettura della sofferenza umana, non astratta, non astorica ma incarnata nel mondo, nella cultura e nel contesto di vita. Per me, collocarsi a questo livello di lettura comporta una inevitabile conseguenza per la professione ed una ricaduta sulla clinica. Una clinica dell’uomo, del soggetto intero e unitario, messo al centro del suo mondo; quindi, una clinica che non riduce l’irriducibile dimensione umana, non la scompone nelle sue componenti e non legge le parti in rapporto ad una visione ideale di come dovrebbe essere il mondo, l’uomo e il suo benessere.
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NOTE
*SIPRe, Italia. E-mail: evince57@gmail.com
